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09 giugno 2008

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I link elencati qui sotto sono quelli che rimandano a L'appello di Porthos in difesa della tipicità (identità) del vino italiano e la decrescita felice:

Commenti

Cara MG, il senso del mio post sull'appello di Porthos è che occorre prendere atto che esistono due tipi di vino: il vino di terroir e il vino di volume. Non vuole essere questa una semplificazione, ma solo una constatazione. L'apporto della tecnologia in questo contesto è neutro: non è vero che i vini "artigianali" sono "sempre" buoni, così come non è vero che quelli di volume ("industriali" nella tua accezione) siano "sempre" cattivi. Sono rimasto colpito dall'osservazione di un amico enologo, ottimo pioniere e realizzatore di vini da uve biologiche, che sostiene che per realizzare buoni vini "naturali" occorrono tecnologie sofisticatissime, per trasformare correttamente e pulitamente le buone uve in buoni vini.
Come vedi, la realtà (o la scienza alimentare) che soggiace alla produzione dei nostri amati nettari non si può interpretare con formulette manichee e semplificatrici (da qui la mia sommessa critica ad alcuni aspetti dell'appello di Porthos).
Ma quanto mi preme sottolineare in questa vicenda è altra cosa: i vignaioli onesti devono urgentemente organizzarsi in marchi collettivi basati sul rispetto del terroir e sull'adozione di certe pratiche che garantiscano livelli ben superiori a quanto previsto dagli attuali disciplinari. Come consumatore ho scarsa fiducia che le grandi organizzazioni possano garantirmi il rispetto della qualità che annunciano. Spetta dunque ai piccoli vignaioli "organizzati" provvedere. Un caro saluto!

Arriveremo dunque, caro Aristide, alla autocertificazione dei vini di qualità di questi piccoli ( quanto piccoli?) produttori per i quali le maglie dei disciplinari son ancora troppo larghe? Spero anche a una chiarezza normativa condivisa proprio su quelle "sofisticatissime tecnologie" che si debbono applicare per ottenere "buoni vini naturali". L'origine delle viti nel vigneto ha per te una qualche importanza, credo... Questi piccoli vignaioli di terroir staran tutti a far vino da vigne di 30 e quarant'anni, non derivate dalla selezione clonale? Se reimpiantano e la ricerca fa passi avanti e permette di scegliere tra i cloni di un vitigno quelli più adatti al terreno e alle caratteristiche del vino che si vuole produrre, loro se ne servono tranquillamente? Considereremo tutto ciò positivo anche se ( è un mio parere opinabile) c' è il rischio che la prima omologazione avvenga in vigna... Proprio perchè non si può semplificare con contrapposizioni manichee, credo che occorra interrogarsi sui modelli di ricerca e sulle applicazioni. E questo non può prescindere, almeno per me da considerazioni etiche.
Un salutone
MG

Le "tecnologie sofisticatissime" alle quali mi riferisco riguardano la trasformazione, quindi la cantina. In vigna occorrono altre attività di ricerca e innovazione. Il prof. Attilio Scienza, per esempio, ne parla in continuazione: in Italia langue la ricerca sull'ibridazione (naturale) di vitigni autoctoni con varietà più diffuse o internazionali. Al di là delle chiacchiere sui vitigni autoctoni - la maggior parte poco adatta alla produzione di quantità significative, e per questo abbandonate dai nostri contadini - l'ibridazione con altre varietà è fonte di nuovi prodotti. Non si fa abbastanza in questo ambito. Ma la lista è lunga, lasciamo perdere (per ora!).

@Appunto, caro Aristide... a mio parere si lascia perdere un po' troppo nelle discussioni proprio il cuore di tutta la questione e cioè su quali prospettive si aprano nella coltivazione, prima che nelle tecniche di trasformazione usate per arrivare al prodotto: modelli possibili che coniughino tradizione e innovazione. Dibattere quasi esclusivamente di unicità/tipicità versus omologazione/ globalizzazione, nella prospettiva del vino come industria di trasformazione della materia prima, stringe la prospettiva e rende il dibattito molto parziale. Ti ringrazio per le precisiazioni.
Ciao!
MG

Sicuramente l'antitesi fra mercato globale e salvaguardia del patrimonio viticolo è stridente e secondo me si è già da tende imboccato un percorso irreversibile, a livello macro. A livello di singola Azienda si può fare molto per salvaguardare quello che c'è al momento, ma in questo caso bisognerebbe avere molte risorse da investire. Ecco, visto il problema nell'ottica micro credo non sarebbe necessario ricorrere all'ibridazione, per me una selezione massale d'azienda sarebbe già sufficiente, però ognuno dovrebbe farsi la sua... Ci sono zone ancora abbastanza "vergini", penso l'alto Appenino faentino per citare una zona che conosco, dove questi discorsi sono stati fatti e i risultati stanno arrivando...
Saluti

Mirco

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